ferraioli   

Partecipazione di Anna Ferraioli alla cena al buio del 17.02.2010

      caro Salvatore, cara Maria, cari amici tutti ,
     volevo innanzitutto ringraziarvi per l'ennesima meravigliosa esperienza della cena di ieri sera da Rosolino .
     E' stato bello essere guidati da voi , protetti , accompagnati , coccolati .
     Molto bello ed emozionante .

     Avevo bisogno di dirvi - una volta di più - la profondissima ed ammirazione stima che nutro per voi .
     un bacio a tutti ed uno in particolare a Gaetano - l'angelo del tavolo nove.

Anna Ferraiolo

     Il Buio : la dimensione che non ti aspetti .

     Abituati come siamo alle luci , non conosciamo più gli spazi e l’intensità del buio assoluto .

     Inconcepibile – a pensarci dopo – il non sapere cosa ti sta davanti , quale ostacolo incontrerà il tuo piede, quale viso è a un passo da te senza che tu abbia dei termini codificati per (ri)conoscerlo .

     E così la “cena al buio “ diventa l’esperimento fondamentale con cui misurare anche il proprio grado di adattamento , la propria ansia , il proprio disagio .

     Versare l’acqua anziché il vino senza vedere è facile : basta usare l’olfatto , ma versarsene senza sbagliare l’obiettivo del bicchiere è un’altra storia .

     Ma fin qui è ancora facile.

     Riconoscere il cibo è già un’altra avventura .

     L’olfatto è acuito dall’assenza della vista , e l’odore dei cibi arriva prima del piatto stesso a suggestionare la mente .

     “si mangia prima con gli occhi “ suggerisce la tradizione , e forse questa affermazione contiene più verità di quanto non si comprenda subito .

     Toccare senza pudore il cibo nel piatto , indagarne la forma, la consistenza, la sostanza : fa tanto troglodita , e sono certa che nell’ipotesi che potessimo rivederci in una ripresa video , ci si vergognerebbe della mancanza di eleganza nel porgere il cibo alla bocca.

     Usare la forchetta e pensare di portare alla bocca il risotto e invece ci trovi il pacchero al sugo , pensare di aver preso un pacchero e scoprire che la forchetta è vuota , provare a tagliare il calamaro e scoprire che stai usando il coltello dal lato inverso della lama, addentare un dolcino “testa di moro “mentre che era un profitterol al cioccolato , esempi banali di tentativi al buio .

     La confusione è totale .

     questo è il lato pratico – non secondario – ma pur sempre relativo .

     Il disorientamento è forte , il limite che si avverte è dentro la propria testa , è nelle abitudini di chi ha un potente strumento a disposizione e non lo valuta mai come tale .

     La musica di sottofondo e l’invito a cantare insieme diventa uno strumento di sdrammatizzazione , esorcismo della paura .

     Nel buio ci si smarrisce e sembra bello ritrovarsi in un canto comune : e allora alzi la voce, tanto nessuno ti vede , puoi stonare , nessuno ti vede , e via , via , in aria la voce diventa catarsi del sentimento di disagio , della paura che poi davvero la luce non torni.

     le testimonianze degli amici non vedenti : la loro voce calda , rassicurante , vibrante di simpatia che raccontano i limiti del loro quotidiano , e lo fanno in un modo così elegante che noi ai tavoli ridiamo , ridiamo divertiti , senza sapere che stiamo ridendo della nostra “cecità” sulle difficoltà altrui , ridiamo del nostro stesso sentirci limitati e ridicoli , così confinati sulla sedia , incapaci di muoverci in quel buio che non ha il calore del ventre materno.

     Quando il nostro ospite fa un’ultima battuta abbiamo invece compreso , e così non solo non ridiamo più, ma taciamo , perché già stiamo riflettendo e imparando una nuova lezione della nostra vita.

     Le luci e le candele entrano nella sala , un po’ a malincuore abbandoniamo la dimensione del buio , comprendiamo che il viaggio è terminato , che la nostra esperienza ha fine.

     I nostri amici angeli custodi che hanno vegliato su di noi nel buio sono già scomparsi , quella voce a cui ci siamo affidati , con cui hai scambiato qualche chiacchiera rapida si è ricomposta nella massa degli indistinti sconosciuti che ci circondano.

     Siamo diventati di nuovo ciechi.

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